Psicologia

LA FOLLE GIOSTRA DEL DIVENTARE GENITORI (da cui possiamo fermarci un giro, se vogliamo)

diventare genitori

Un proverbio africano recita: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio intero”.

Tale detto appartenente ad una forma di saggezza che si tramanda nei villaggi e che permea la società, è particolarmente calzante anche nella società occidentale, che a prima vista potrebbe sembrare così lontana da quella africana.

L’arrivo di un figlio nella coppia, ancorchè desiderato a lungo e anche eventualmente programmato, rappresenta sicuramente uno sconvolgimento che interessa una moltitudine di aspetti: i ritmi cominciano a ruotare secondo differenti scale di priorità ossia i bisogni del nuovo giunto, per lo meno nei primi mesi di “conoscenza”.

Diventare genitori è uno sconvolgimento emotivo, che veicola emozioni potenti, di vario genere e intensità, che vanno dalla gioia, allo stupore, ad un senso di completezza fino alla paura, all’ansia, ai sensi di colpa e vissuti di inadeguatezza ma anche rabbia e frustrazione. Questo mix esplosivo è un percorso che appartiene a esperienze condivise alla maggior parte dei neogenitori

Uno sconvolgimento infine, anche di tipo relazionale, la coppia si allarga e diventa un trio, con modalità che possono essere differenti rispetto all’uomo e rispetto alla donna. Il figlio richiede una nuova organizzazione nei rapporti tra coniugi, ma anche rispetto alle famiglie di origine e tutto ciò che riguarda la rete amicale.

Il passaggio a cui sono sottoposti i neo genitori è quindi particolarmente impegnativo, espone a fragilità e a volte a difficoltà comunicative. La mamma è all’inizio totalmente assorbita dal piccolo, in un rapporto simbiotico salutare per se stessa e per l’accudimento del figlio, impegnata nello stabilire una buona relazione di attaccamento. Anche il papà sarà assorbito in tali compiti, avrà il bisogno e desiderio di familiarizzare col figlio e al contempo cercherà di proteggere il piccolo e la mamma, permettendo pian piano ad entrambi di riemergere da questo stato (con)fusionale, per essere nuovamente due, con peculiarità proprie.

Va aggiunto che non sempre questi cambiamenti avvengono in maniera totalmente consapevole ed esplicita; pochi giorni dopo la nascita del figlio, il papà rientrerà alle sue attività lavorative ( i più fortunati magari in maniera graduale ) mentre la mamma resterà a casa con il piccolo, aiutata dai nonni, se ce n’è la possibilità o il desiderio. Il tutto si svolge spesso in un vortice di emozioni e cose da fare, una vera e propria sensazione di essere “frullati” in un giro di giostra, da cui non è possibile saltare un turno e meno che mai scendere.

Perché è importante sottolineare questi aspetti? Perché proprio la loro conoscenza e la consapevolezza di vivere situazioni pressochè universali, creano dei fattori protettivi per la famiglia. Per una donna sapere di potersi rivolgere con fiducia al proprio partner, ma anche a persone esterne, che la possano aiutare o anche semplicemente sostenere nei momenti di dubbio e sconforto, sarà un aspetto prezioso, che non deve essere sottovalutato, perché darà un po’ di respiro a lei e al papà, le permetterà di uscire da pensieri distorti, che riguardano l’essere una mamma perfetta, instancabile, purtroppo troppo spesso presentati dalla pressante mole di mass media che ci circondano (assediano)

Oggigiorno si è sempre più consapevoli che le famiglie perfette non esistono e neanche sono augurabili. Tale consapevolezza appartiene ancora però ad una dimensione che si basa sul razionale, bisogna lavorare su aspetti emotivi, più profondi, che richiedono tempi di elaborazione, cambiamento di aspettative basate sull’efficienza e la prestazione, e aggiungerei anche la capacità sdrammatizzante di fermarsi a sorridere rispetto agli intoppi del crescere un figlio. Esiste il tempo del fare, ma soprattutto “il tempo per stare”, nel disordine, nel caos, nella non conoscenza.

Dottoressa Ivana Oggero

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